Parlare di Bali e delle isole Gili non è facile. Non perché siano luoghi controversi o complicati, ma perché qui, più che altrove, l’impatto del turismo mi ha lasciato letteralmente di sasso. Guardavo a Bali con grande aspettativa e curiosità. Mi affascinava soprattutto il suo aspetto spirituale e religioso: l’induismo balinese (Agama Hindu Dharma), una forma del tutto peculiare che fonde principi hindu, animismo locale, culto degli antenati e buddismo. Immaginavo un’isola dove il sacro permea la quotidianità, dove ogni gesto è rito e ogni casa ha il suo piccolo tempio. Oltre a questo, Bali era la tappa del nostro viaggio in Indonesia su cui avevo proiettato più attese. E invece, a sorpresa, i luoghi che mi hanno colpito di più sono stati quelli sull’isola di Java.
Per un dettaglio sui luoghi visitati a Bali, ho già scritto un articolo con l'itinerario completo. Qui voglio fermarmi sulle impressioni, su quello che ho sentito attraversandola, e su ciò che mi ha lasciato addosso — insieme alle isole Gili.
Il passaggio da Java a Bali è netto. Cambia l’atmosfera, cambia la vegetazione: la prima cosa che noto, alzando lo sguardo verso il cielo di Bali, sono i rami di frangipani. Cambia anche il nostro driver, cambia il mezzo: dal minibus un po’ scalcagnato che arrancava sulle salite di Java passiamo a un bus turistico enorme e più ordinato. Il nostro arrivo a Bali viene immediatamente funestato da un’infezione gastrointestinale piuttosto prepotente, e questa è anche sfiga. Ma sicuramente non il migliore degli inizi. La prima tappa sulla costa nord, con la visita a Menjangan Island, è stata senza dubbio la migliore sosta di mare di tutto il viaggio. Meno turismo, acque cristalline, fondali bellissimi. Da lì ci siamo spostati a Ubud, considerato ovunque il cuore spirituale dell’isola. L’arrivo serale, però, ha avuto poco di mistico: mi è sembrata piuttosto una versione esotica di Las Vegas, con ristoranti illuminati uno dietro l’altro e moltissimi turisti occidentali in shorts e ciabatte.


Le strade balinesi sono terribilmente trafficate e ogni spostamento richiede tempi molto lunghi. Visitiamo Bali durante la festività religiosa di Galungan, che si ripete ciclicamente ogni 120 giorni e celebra la vittoria del Dharma (il bene) sull’Adharma (il male). Si crede che in questo periodo gli antenati tornino in visita dalle loro famiglie. L’isola si riempie di penjor davanti alle abitazioni: alti pali di bambù decorati con foglie di palma, riso e frutta, simbolo dei doni della natura. Sono bellissimi. Oscillano leggeri sopra le strade trafficate, sopra i motorini, sopra il caos.


I templi (pura) balinesi sono costruiti su diversi cortili, dal più esterno al più interno, in posizione più elevata, che è in genere il luogo più sacro e accessibile solo ai fedeli. Sono orientati in modo che nel suo percorso verso la parte più interna, il fedele proceda in direzione di Gunung Agung, la montagna sacra dell’isola (un vulcano attivo). Ma prima di entrare in un tempio bisogna attraversare un vero e proprio labirinto di bancarelle, negozi e ristoranti. Non parlo di qualche ambulante insistente: parlo di un percorso obbligato, una soglia commerciale prima di quella spirituale.


Devozione, commercio e turismo convivono in uno strano equilibrio, insieme alla spazzatura abbandonata un po’ ovunque. I canang sari, i piccoli cestini intrecciati con le offerte, sono ovunque. Alcuni hanno ancora il bastoncino d’incenso che fuma. È una spiritualità che resiste, ma che sembra costretta a farsi spazio tra selfie stick e insegne al neon. I luoghi di culto balinesi sono molto caratteristici perché, oltre ai candi bentar, i portali d’ingresso (molto amati dai viaggiatori su Instagram), ci sono i meru, le torrette a più livelli con tettucci a pagoda. Il numero di tetti (da 1 a 11) denota il rango della divinità, 11 tetti sono i meru della divinità suprema.


La cartolina di Bali è quasi sempre una risaia. Quelle di Jatiluwih, coltivate con il sistema di irrigazione tradizionale subak (patrimonio UNESCO), sono splendide e cercano di sopravvivere nonostante tutto. Ma la strada che porta all’ingresso è piena di grandi autobus turistici e ristoranti in fila. Mentre camminavo tra i sentieri, la vista di alcune visitatrici in abito da sera e tacchi, seguite da un fotografo, è stata il colpo di grazia. Non è solo una questione di quantità di persone — anche se pure quella pesa — ma di approccio: la pretesa di fare tutti le stesse cose, di vedere gli stessi luoghi, di scattare la stessa identica foto.




So benissimo che tre giorni non sono sufficienti per capire un posto. Al massimo si può avere un’impressione superficiale. Ma ho imparato ad ascoltare le sensazioni a pelle. Bali è un luogo estremamente affascinante, ma ho avuto la sensazione che tutti vogliano portarsi via un pezzo dell’isola. E quando tutti vogliono un pezzo, qualcosa inevitabilmente si consuma e si perde nel mezzo.




Le isole Gili sono forse il capitolo più difficile di questo viaggio. Perché qui il tema dei danni del turismo non è solo un’impressione: è visibile, tangibile. E parlarne è complicato, anche perché in quanto viaggiatrice sono io stessa parte del problema.
Il tipico itinerario indonesiano prevede una sosta di tre o più notti alle Gili: tre piccole isole vicine tra loro, ognuna con un’anima diversa:
- Gili Trawangan: un tempo famosa per lo spirito hippy, oggi mi è sembrata una striscia di sabbia caotica, affollata di bar e locali di dubbio gusto. La spiaggia libera è spesso piena di rifiuti e plastica. Per ritrovare un frammento dell’atmosfera di un tempo bisogna addentrarsi nei vicoli interni del villaggio, tendere bene le orecchie e lasciarsi guidare dal richiamo del muezzin che scandisce ancora le ore del giorno. Abbiamo dormito qui, non avendo trovato posto nelle altre isole (eravamo un gruppo numeroso), trascorrendo la prima notte all’Aston Hotel, e spostandoci per le altre due notti al Gili Kama Villa, nuovo e carino, nei vicoli interni del villaggio.
- Gili Meno: è la più piccola e tranquilla. L’abbiamo vista solo dal lato occidentale durante il nostro snorkeling tour — un’esperienza agghiacciante di cui parlo tra poco. Il poco che ho visto mi ha dato l’idea di un’isola che meriterebbe più tempo. Il litorale occidentale, però, è ormai quasi interamente occupato dal resort Bask Gili Meno, il cui impatto è evidente.
- Gili Air: non l’ho visitata. Il tour che avrebbe dovuto portarci lì ha deciso che il nostro tempo era scaduto (oook…) e siamo tornati indietro. Viene descritta come una via di mezzo tra le altre due, con una parte rilassata e una più movimentata. Se potessi tornare indietro, sceglierei di alloggiare qui.


Alle Gili è bene non aspettarsi un’isola tropicale lussureggiante (per capirci, non come queste): sono isole piuttosto brulle, molto influenzate dal fenomeno della marea. In alcuni momenti l’acqua si ritira per centinaia di metri, lasciando il mare alle caviglie. I coralli sono numerosi, meglio avere scarpette da scoglio. E le spiagge, soprattutto a Gili Trawangan, sono spesso sporche e piene di rifiuti.


Poi c’è lo snorkeling. Come tutti, probabilmente vorrete farlo. Ma sappiate che le escursioni seguono quasi tutte le stesse tappe: ci si ritrova a galleggiare in mezzo a decine di turisti, ed è più facile ricevere una pinnata in testa che osservare i pesci in silenzio. Ho visto gli accompagnatori immergersi per stanare letteralmente le tartarughe, solo per garantire la foto ricordo ai turisti, che non esitano ad accarezzarle, cosa che sarebbe proibita. Lo snorkeling alle Gili è stata l’esperienza in cui forse mi sono sentita più a disagio in tutto il viaggio.
La traversata da Bali alle Gili, infine, è un’altra esperienza da non sottovalutare: in questo articolo ho descritto nel dettaglio tutto l’itinerario e gli spostamenti del viaggio in Indonesia e anche cosa aspettarsi da questa traversata. I fast boat vengono caricati oltre misura, di persone e bagagli, e con il mare mosso non è raro che la navigazione diventi complicata. È una tratta che mette a dura prova anche i più resistenti. Scegliete con cura la compagnia e, se potete, state all’aperto o vicino a un finestrino.
C’è però un’esperienza che vi consiglio a Gili T. : se siete un po’ stanchi del cibo indonesiano, una cosa ottima di Gili T. è la pizza di Francesco’s Pizza.


Cosa aspettarsi in un viaggio a Bali?
Mi rendo conto che questo racconto potrebbe sembrare eccessivamente sbilanciato sugli aspetti critici di Bali e delle isole Gili. In realtà, la mia critica non è rivolta ai luoghi in sé, ma al turismo — e soprattutto al tipo di turismo che queste destinazioni hanno continuato ad attrarre negli ultimi anni.
Nel 2025 i numeri del turismo balinese hanno registrato un’ulteriore forte crescita, superando i 5 milioni di visitatori internazionali. Per fare un paragone: la Corsica, che per estensione è assimilabile a Bali (anche se leggermente più grande), tra giugno e agosto 2025 ha registrato circa 225.000 arrivi, mentre nel solo luglio 2025 Bali ha superato i 700.000 visitatori. La maggior parte del turismo balinese arriva dall’Australia e si concentra nei mesi di luglio, agosto e settembre, prevalentemente nella zona meridionale dell’isola (Kuta, Seminyak, Sanur).
L’Indonesia — di cui ho visitato solo una piccola parte — è un Paese davvero meraviglioso, con una varietà culturale e paesaggistica incredibile. Il mio consiglio è di non concentrare tutto il viaggio solo su Bali e, se si decide di visitarla, di farlo possibilmente nei periodi di bassa stagione: credo che questo possa avere un peso determinante nel ricordo che vi porterete a casa.
Detto questo, spero di tornare in Indonesia e di esplorare anche altre isole di questo Paese asiatico così vasto, meraviglioso e affascinante.




