Lately: the lockdown diaries / I diari della quarantena, Milano, Italia

Dal 24 febbraio 2020 la mia vita, come quella di molti, ha iniziato a cambiare. In principio anche io ho creduto che si sarebbe trattato di pochi giorni, al massimo due settimane. La chiusura delle scuole da quel lunedì e l’inizio del work from home sono stati i primi due forti cambiamenti da affrontare. E così, in quei primi giorni di incertezza, mi sono ritrovata improvvisamente a casa, con una marea di progetti lavorativi che andavano ripensati o riprogrammati, con mio figlio da gestire, insieme alla sua totale euforia dovuta al fatto di essere a casa con la mamma tutto il giorno… Eppure sembrava fossero precauzioni necessarie, ma non così stringenti. Era ancora acceso il dibattito sul “è poco più di un’influenza” e sembrava che, con un minimo di accortezza nella scelta delle destinazioni e degli orari, fossimo ancora liberi di continuare a frequentare gli amici più stretti e uscire all’aria aperta. In quei primi weekend abbiamo deciso di fare molte passeggiate fuori città, scegliendo luoghi isolati e poco affollati: oggi ringrazio quelle passeggiate, non potevo immaginare che, in pochi giorni, passeggiare all’aria aperta sarebbe diventato un ricordo.

Quei primi giorni sono stati quelli dello stress da adattamento, della paura di non riuscire a conciliare il lavoro e le call impazzite a tutte le ore, con in più il dover garantire l’intrattenimento del figlio. Dell’ansia per i numeri della pandemia, che continuavano inesorabilmente a crescere. Pian piano ho capito che la cosa era più seria di quanto sembrasse e l’ho capito quando, mentre noi ci eravamo già resi conto che era meglio restringere e limitare gli spostamenti, altri continuavano a frequentare la metropolitana affollata e le piste da sci nel weekend. E poi è arrivata la stretta vera, prevedibile, seguita da un’altra ancora più forte. Adesso è impensabile, non dico andare a fare una passeggiata o prendere la macchina per una gita, ma anche solo uscire a fare un giro a piedi nel quartiere. Non è stato facile capire quanto era importante stare a casa e non è stato facile iniziare a ricostruire una nuova routine.

Alla terza settimana a casa, ho iniziato a realizzare che questa situazione sarebbe andata avanti ben oltre le aspettative iniziali. Allora tanto valeva iniziare a prendere in mano la situazione e provare ad accettare questa nuova dimensione, fatta di spazi casalinghi, socialità virtuale e genitorialità full time. La prima considerazione che mi ha colpito è che, esattamente come nella mia “vita precedente”, vivo con la perenne sensazione di non riuscire mai ad arrivare alla fine della mia wishlist o to-do-list del giorno (per non dire della settimana).

L’orizzonte fisico può essersi ristretto intorno a me: non c’è un mondo da esplorare, ma solo le mura di casa. Ma c’è un’infinità di attività che ho sempre desiderato fare senza trovarne mai il tempo. Detto questo, un po’ come funziona per i viaggi, continuo a non trovare mai il tempo sufficiente per fare tutto, e cerco di ritagliare spazi da dedicare a ciascuna delle mie “spinte esplorative”. Allo stesso modo ci sono, inesorabili, le “giornate NO”, in cui mi ritrovo a sera, tra una mail e una call su Skype, con la sensazione di non essermi nemmeno resa conto che sia trascorsa un’altra giornata. Se alcuni temono la noia, io non ho questo problema: ho semmai l’angoscia opposta e cioè quella sensazione di non aver mai fatto abbastanza.

A questo proposito ho letto oggi un articolo molto interessante che a mio parere spiega abbastanza bene le fasi di adattamento che si attraversano con il progressivo passare del tempo e consiglia di non lasciarsi travolgere fin dall’inizio dall’ansia della produttività a tutti i costi, ma è opportuno prendere il tempo che ci serve per adattarci a questa nuova dimensione. Mi piace molto anche il parallelismo, a questo proposito, con la maratona: chi non dosa bene le energie all’inizio, rischia di non farcela. Questa quarantena durerà più di quanto molti di noi pensavano e avrà inevitabili impatti sul nostro modo di vivere.

Trovo personalmente abbastanza faticoso avere a che fare con persone che non sono ancora arrivate a questo stato di consapevolezza, pensando che con la fine delle restrizioni più forti riavremo il nostro mondo di prima e tutte quelle cose che davamo per scontate. Non sarà così o almeno ci vorrà un po’ più di quanto crediamo per poter riconquistare libertà e costumi che credevamo acquisiti. Come per esempio decidere di andare a trovare i nostri parenti dall’oggi al domani, saltando sul primo volo disponibile. Non è pessimismo il mio, ma voglio solo essere preparata a quello che succederà e il modo migliore per farlo, per me, è guardare dritta la realtà negli occhi, per quanto spiacevole e complicata possa sembrare.

Ci sono immagini di queste settimane che faranno la storia: le strade di Milano deserte, le code ai supermercati con le mascherine, le altalene dei playground che oscillano vuote, le acque di Venezia limpide e trasparenti come non mai, i delfini che saltano nel porto di Cagliari a poca distanza dal pontile, l’annuncio del Monte Everest chiuso, il Papa che prega sotto la pioggia di una Piazza San Pietro deserta con il sottofondo delle sirene di un’ambulanza, la fila di camion militari che lasciano Bergamo carichi di bare, le fosse comuni in Iran, Manhattan deserta, gli applausi per i medici ai balconi alle 6:00 di sera. Ancora mi sorprendo del silenzio che arriva alle nostre finestre: non lontano da casa mia c’è la circonvallazione esterna di Milano, una strada normalmente molto trafficata al cui rumore ci siamo abituati. Ecco, ci siamo dovuti riabituare anche al silenzio e alle continue sirene, che sentiamo soprattutto alla sera e prima di addormentarci.

Non ho idea di come sarà diverso il mondo tra qualche mese, degli impatti che il Coronavirus avrà sulle nostre vite e sul pianeta. Le proiezioni economiche non sono rosee e molte persone non ci saranno più. In compenso gli impatti sulla salute del nostro pianeta sono decisamente incoraggianti: la natura sta riprendendo i suoi spazi, l’aria delle città si sta pulendo. E forse, non per tutti ma per chi saprà coglierne l’insegnamento e abbracciare il cambiamento, questa sarà l’occasione di trasformare le cose che non funzionano nelle nostre vite, di prendere coraggio e, finalmente, cambiare strada.

I viaggi? Chi può dire quando si potrà riprendere a viaggiare e in che modo. Avevo in programma di andare in India questa primavera, ma non ci andrò. Non so neanche quando riuscirò a tornare in Sardegna per trovare i miei genitori e il resto della mia famiglia. Quello che penso è che daremo un senso diverso alla parola vacanza, interpretandola in modo nuovo. L’altro giorno mi sono imbarcata nell’impresa di mettere ordine tra gli scaffali della libreria e ho spolverato con uno sguardo nostalgico la collezione delle guide di viaggio: ogni libro una montagna di ricordi e avventure, immagini e emozioni.

 

Ogni viaggio una destinazione, un pezzetto di mondo, unito a un momento particolare della mia vita. Sono ancora più grata del non essermi privata di nessuno di quei viaggi, di aver sfruttato ogni occasione anche quando sembrava più complicato. Sono grata di aver portato mio figlio in lungo e in largo, di avere adesso il ricordo insieme a lui dei leoni nella savana al tramonto, delle spiagge della Nuova Scozia, del vento di Cape Cod, di aver abbracciato i nostri amici a Boston la scorsa primavera, di aver cavalcato per la valle di Vinales a Cuba, di aver passeggiato con Orlando per le strade di Londra e sulle spiagge delle Canarie.

 

Per adesso noi restiamo a casa e le nostre uscite sono rigorosamente limitate a piccoli giri nel quartiere per le spese necessarie. Per non crearci nessuna aspettativa particolare, speriamo solo, con non poco ottimismo, di riuscire a concederci una ventata di brezza marina nostrana con la bella stagione. E dormiamo, lavoriamo, riposiamo e giochiamo. E facciamo qualsiasi cosa ci possa aiutare a costruire, anche in queste settimane, qualcosa di bello da raccontare.


Le foto di questo articolo sono state scattate tutte tra febbraio e marzo. Ci sono le prime passeggiate nella natura e alcuni momenti della nostra vita casalinga. Ci sono anche le mascherine, i guanti e le strade deserte del nostro quartiere. Ci sono anche due immagini del giardino di mio padre: la Sardegna è il primo posto dove tornerò, non appena ne avrò la possibilità. 

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